Il Naèt, tipica imbarcazione di Monte Isola

Il Naèt si dice sia nato in un cantiere nautico di Monte Isola molto tempo fa: la forma, lunga e stretta ricorda moltissimo la famosa gondola di Venezia. Per gli isolani era un veicolo di trasporto eccezionale e al tempo stesso indispensabile per raggiungere la terra ferma e dedicarsi alla pesca. Alcuni anziani dell’isola raccontano storie riguardanti una persona di nome Archetti che fuggita dalle carceri Veneziane si rifugiò a Monte Isola e ideò il Naèt. Era una barca molto utile per i pescatori in quanto leggera, agile e veloce.

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Si potevano percorrere parecchi km a remi e risultava essere molto versatile per i pescatori. Oggi sono solamente due i costruttori di barche che operano a Monte Isola, i proprietari dei cantieri nautici “Cantiere Nautico Ercole Archetti” e “Cantiere Nautico Montisola”. Gli strumenti di lavoro erano e sono tutt’ora molto semplici: martello, scalpello, ascia e pialla. Il tipo di legno usato era ed è ancora oggi il castagno per l’intelaiatura ed il larice per il resto della barca.

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La lunghezza era di 7 metri, rispettata fino al 1958 quando con l’introduzione del motore venne ridimensionata a metri 6,40, la larghezza è di metri 1,40 ed il fondo nel punto centrale è largo 80 cm. Prima dell’introduzione del motore, al naèt si applicava la vela aggiungendo alla barca solo due pali di castagno incrociati, uno alto 3,5,metri ed uno 4 metri.

Olio Extravergine

L’agricoltura, data la conformazione naturale (che rende difficile la lavorazione della terra), non ha mai avuto un ruolo importante nell’economia del Comune, anche se oggi ci sono molte piccole piantagioni di ulivi, che permettono agli abitanti di produrre olio locale, non solo per il consumo privato, ma anche per la vendita. Dal 2015 il Comune di Monte Isola è entrato a far parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio.

Pesce sott'olio

A Peschiera e a Carzano continua da secoli una tradizione culinaria molto interessante: l’essiccazione e la conservazione del pesce.
I pesci essiccati al sole e conservati sott’olio sono la sardina, il cavedano e il pesce persico.
La tecnica è questa: il pesce appena pescato viene pulito con un solo taglio sotto la testa, se è una sardina; aperto e senza testa, se si tratta del cavedano.
Lavato ed asciugato, si stende per 24 ore sotto sale, in quantità proporzionato al peso del pesce. Poi, tolto dal sale e rilavato, il pesce viene appeso a gancetti fissati su un’apposita intelaiatura in file parallele fino a riempire tutto lo schema delle file predisposte per l’essiccazione.
Non mancano alcuni pescatori che rispettano totalmente la tradizione e infilano il pesce nei fili tesi sugli “archetti” (rami di frassino o carpino piegati ad arco e tenuti in posizione da un filo all’estremità).
Sul lungolago tra Peschiera e Sensole si possono osservare ancora numerosi archi come questi.
Il pesce viene esposto al sole 5 o 10 giorni, secondo il clima più o meno caldo.
Quando l’essiccazione è al punto giusto, viene stivato con arte in contenitori di ferro, pressato e separato dall’aria da uno strato d’olio.
Dopo qualche mese di maturazione, le sardine diventano quasi color oro e i cavedani di rosa aragosta: si possono mangiare cotti qualche minuto sulla brace ardente, conditi con olio, prezzemolo, aglio e serviti con polenta.
E’ un piatto dal sapore intenso e particolare, che secondo la tradizione orale risale a circa un millennio fa, quando i pescatori dovevano – secondo un obbligo preciso – consegnare un determinato numero di sardine essiccate al monastero di S. Giulia di Brescia.
Questo pesce, tenuto pressato sott’olio, dura anche un anno: per questo è sempre stato il piatto dei poveri, una geniale invenzione dei pescatori che solo in determinati periodi pe- scavano grandi quantità di pesce e dovevano, quindi, poterlo conservare senza frigorifero.

I Retifici di Monte Isola

Fino a non molti anni fa era impossibile entrare in una casa di Monte Isola e non trovarvi una rete da pesca. La sua fabbricazione comporta un lavoro lungo e minuzioso, in quanto ne vanno studiate le misure delle maglie, la lunghezza e la larghezza, tanto che la quantità e la qualità del pesce pescato dipende appunto solo dalla rete stessa. Fin dai tempi più remoti la rete fu oggetto di molte liti tra i pescatori ricchi e quelli poveri, in quanto le reti dei primi, essendo costruite in materiale più forte e senza risparmio di filo, potevano essere immerse nelle acque più alte, catturando il pesce prima dei pescatori poveri che avevano a disposizione solo reti piccole immerse vicino alla riva.

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Le liti tra i pescatori continuarono ancora per molti anni, sentendosi i pescatori di Monte Isola in diritto di poter pescare su tutto il lago mentre Pisogne voleva delimitare i tratti. Nacquero degli scontri veri e propri con armi, furti di reti e di barche. Questi furti trascinarono nella miseria molte famiglie isolane, basti pensare che la fabbricazione di una rete vedeva impegnata l’intera famiglia per tutto l’inverno. Già nel Quattrocento le grandi corti umanistiche compravano sull’isola le reti da caccia.
Nel Settecento il reddito derivante dalla lavorazione delle reti superava già quello proveniente dalla pesca. Nel 1857 nacque il primo vero retificio a Monte Isola, il “Retificio Mazzucchelli” che vedeva impegnati 70 operai. Grazie alla forte domanda i retai montisolani si spostarono anche nella città di Brescia, dove in pochi anni aprirono 5 piccole botteghe.

L’industrializzazione e la concorrenza dei paesi asiatici ha provocato un brusco calo di questa produzione che però, ultimamente, si sta riprendendo grazie ad alcune imprese artigianali a conduzione familiare che, oltre alle tradizionali reti da caccia e da pesca, fabbricano reti per lo sport che vengono esportate anche a livello mondiale: le reti degli ultimi Mondiali di calcio erano una produzione montisolana.

Salame di Monte Isola

A Cure, Masse, Olzano e Senzano la tradizione legata alla pesca e alla lavorazione del pesce lascia il posto a quella del salame.
Ogni famiglia, da sempre, tra gennaio e febbraio uccide il maiale allevato o comprato per preparare in casa il salame.
Anche gli emigrati e i nativi ormai residenti altrove non rinunciano a questo appuntamento invernale.
Gli “esperti” organizzano la lunga e paziente lavorazione del salame nostrano con scrupoloso rispetto del rituale tramandato da innumerevoli generazioni e che nessuno vuole modificare.

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Confezionare i salami ottenuti da un maiale occupa per una giornata almeno 4 persone, ognuna con un compito specifico: tagliare la carne tutta a mano a pezzi abbastanza grossi (poiché sono severamente banditi gli utensili elettrici per tritarla), mescolare l’impasto, insaccare, legare.
Il rituale prescriveva il divieto della donna mestruata di accedere a tali operazioni; era d’obbligo che la luna fosse calante; chi non poteva aspettare procedeva con luna crescente, ma di venerdì.
Nella seconda fase (l’affumicatura), il salame viene appeso in una stanza apposita, la “cà del salam”: una cantina antica con muri di pietra non intonacati, soffitto a volte, un fuoco in cui si deve continuamente bruciare legna secca per mantenere una temperatura costante.
Il camino deve essere chiuso, in modo da far diffondere nella stanza il fumo, che oltre ad affumicare, mantiene, soprattutto di notte, una temperatura tiepida.
Sono poche, su tutta l’isola, le stanze dotate delle caratteristiche necessarie; bisogna fare i conti con quelle che ci sono e quindi prenotar- si, così che di solito in una stanza viene appeso il salame di quattro o cinque maiali.
Il salame appena fatto si lascia appeso per trenta giorni; poi lo si può mangiare o appendere nelle normali cantine o mettere nelle anfore di terracotta (òle, anticamente di pietra) sotto grasso.
Anche per questa procedura, c’è un’antica “ricetta”.
Gli emigranti montisolani insistono nell’affermare che lo stesso procedimento fuori dall’Isola non dà gli stessi risultati: è questo il motivo che li porta, nei mesi di gennaio e febbraio, per le strade delle loro frazioni, soddisfatti e con le ceste ricolme di salami.

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