A Carzano, ogni 5 anni (la prossima festa si terra a settembre 2010) si rinnova un’antica tradizione dove, per 4 giorni, nell’intreccio di sacro e profano, un paese cerca di affermare la propria identità.
E’ una festa attesa e ormai famosa in tutto il Sebino e richiama migliaia di turisti: “ol festù del deaol” (il festone del diavolo) la chiamano i dirimpettai di Sale Marasino per sottolineare lo sfarzo ritenuto un tempo eccessivo rispetto alle possibilità dei pescatori; “è l’anno delle feste di Carzano” dicono a Iseo; “le feste della nostra Santa Croce” per gli abitanti di Carzano.
La singolarità di questa tradizione è data dalla rigorosa ciclicità rispettata da più di un secolo e mezzo (alcuni sostengono addirittura dal Seicento) e dalla laboriosa preparazione che coinvolge ogni abitante e con lo stesso rigore esclude da tutte le fasi chi non fa strettamente parte della piccola comunità. La festa per gli abitanti delle altre frazioni deve sempre rappresentare una sorpresa: stupire, meravigliare è il fine, anche se i canoni di svolgimento devono rimanere inalterati. “Arcate” di legno ricoperte di rami di pino, fiori di carta, luminarie, spari di cannone, processione, fuochi sono il copione fisso intorno al quale ruotano attese, sentimenti, competizioni, emozioni.
Onori e oneri sono interamente a carico degli abitanti che si autotassano ogni mese ed eleggono un’apposita commissione, che gestisce la parte finanziaria e organizzativa. Questa tassa fu sempre pagata anche dai più poveri. Se ne meravigliava agli inizi del secolo un curato, don Bartolomeo Giudici, mandato nella frazione nel 1922, che annotava nel suo diario: “esiste in contrada la pia associazione di S. Croce a cui tutti indistintamente fanno parte per sostenere le solennità quinquennali, ogni membro di famiglia paga la sua tangente mensile”.
L’origine della festa è da riportare alla prima epidemia di colera: “le solennità quinquennali in onore di S. Croce risalgono ai tempi in cui queste plaghe erano travagliate dal cosiddetto colera asiatico. La popolazione ricorse alla protezione della S. Croce ed il morbo cessò come per incanto”.
Il colera scoppiato nel 1817 in India, atteso e temuto per anni in tutta Europa, raggiunse l’Italia nel 1835 e Brescia nel 1836. In questa prima epidemia si ebbero le punte più alte di mortalità e sorsero molti culti votivi di ringraziamento dei superstiti.
A Monte Isola i più colpiti furono gli abitanti dei paesi sul lago, i pescatori, più esposti al contagio poiché erano continuamente a contatto con le acque sporche e stagnanti e vivevano in stanze umide in presenza delle reti bagnate. Nel luglio 1836 viene riportato ufficialmente nel “registro dei morti” il primo caso di colera a Carzano e i morti si susseguono poi al ritmo di due tre al giorno, circoscritti sempre nella frazione; l’ultimo caso di decesso (il 31°) è registrato il 26 luglio su un totale di circa 200 abitanti; i morti sono tutti in fascia d’età compresa fra i 30 e i 55 anni.
A questo punto il voto: la processione di una reliquia indicata come un pezzo della S. Croce e “il morbo cessò come per incanto”. Solo il miracolo aveva potuto sconfiggere la malattia esotica, che più di ogni altra aveva colpito la fantasia popolare che concepiva le epidemie come sciagure naturali o come “flagello divino” da subire impotenti. Di fronte ad una paura così grande anche il voto, la festa dei superstiti doveva essere grandiosa, coinvolgere tutto il paese.
Gli “archi” furono costruiti prima con il verde dei canneti che allora crescevano sulle rive, poi, man mano che diminuiva questa vegetazione, con rami di pino acquistati sulla “terraferma”, perché quasi inesistenti nella vegetazione locale e quindi più preziosi. Le luminarie erano costruite da gusci di lumache riempite di olio. Ogni famiglia esponeva inoltre alle finestre i ricami più cari di un corredo che conservava gelosamente. Forse la mancanza di fiori freschi di giardino, un lusso insostenibile per gli abitanti, determinò la tradizione della creazione di fiori di carta che diventarono oggetto di una specie di competizione tra famiglie. Oggi sono ancora confezionati in segreto con procedimenti tramandati di madre in figlia; ogni famiglia addobba diversi archi sui quali i fiori vengono esposti solo all’ultimo momento. Sono migliaia, di tutti i tipi, dalle rose, considerate le più semplici, ai grappoli di glicine, alle orchidee, imitati con tale precisione e abilità da essere confondibili con i veri. Le antiche luminarie a olio oggi sono state sostituite da 12.000 lampadine coloratissime che attraversano ogni strada, vicolo, porta, arricchendo l’effetto cromatico con giochi di intermittenza.

Gli archi, di legno rivestiti di pino, vengono costruiti dagli abitanti, la sera dopo il lavoro, in una lunga e movimentatissima preparazione che dura fino a notte inoltrata. I rami di pino vengono acquistati in Val di Scalve, trasportati con camion e chiatte fino all’Isola, spostati con carrucole e carretti per le strettissime vie. Poi la festa comincia, con gli spari del cannone a intervalli regolari, la banda, la processione di S. Croce seguita dal Vescovo di Brescia, l’esposizione dei ricami, i fuochi d’artificio, i traghetti stracolmi, migliaia di turisti che si spingono strappando furtivamente un fiore di carta e nelle luci riflesse dall’acqua la confusione della sagra.
La parte più autentica dell’esperienza collettiva è vissuta nei mesi di lavoro, nell’agitazione dei preparativi, nelle tensioni della vigilia, nell’attesa di essere, per quattro giorni, i protagonisti di un paese fiabesco.

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